LA PALA DEI CARMELITANI DI GUIDO CAGNACCI A RIMINI

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LA PALA DEI CARMELITANI DI GUIDO CAGNACCI A RIMINI


di Dott. Federico Giannini di Carrara

LA PALA DEI CARMELITANI DI GUIDO CAGNACCI A RIMINI

Guarda la scheda dell'opera

Gli anni Venti del Seicento furono un decennio particolarmente felice per l'ordine carmelitano. Fu proprio in questi anni infatti che due religiosi appartenenti all'ordine, Teresa d' Avila e Andrea Corsini, furono proclamati santi: la prima nel 1622 e il secondo nel 1629. Alle due nuove canonizzazioni si aggiunse poi la beatificazione di Maria Maddalena de' Pazzi, avvenuta nel 1626. E forse furono proprio questi tre importanti riconoscimenti che spinsero i carmelitani che reggevano la chiesa di San Giovanni Battista a Rimini ad affidare a Guido Cagnacci la committenza per una pala d'altare nella quale i due nuovi santi e la nuova beata fossero i protagonisti. Non ci sono però rimasti documenti che possano comprovarci l'effettiva data di realizzazione, quindi non sappiamo neppure se l'effettiva impostazione dell'opera fu pensata dai committenti o scaturì da un'idea del pittore. È altamente probabile che sulla committenza influì il cardinale Ottavio Corsini, discendente di Andrea Corsini e attivo in Romagna nel 1629, data con la quale potrebbe coincidere l'inizio del lavoro.

Come spesso avviene per le opere di Cagnacci, non siamo in possesso di una solida base documentaria: il primo a darci notizia della pala dei carmelitani è Giovanni Battista Costa, che nella sua raccolta di scritti e lettere su Guido Cagnacci del 1752 ("Lettere varie e documenti intorno le opere e vero nome, cognome e patria di Guido Cagnacci") fornisce una laconica annotazione: per la Chiesa di S. Giovan-Battista de Carmelitani di Arimino pinse maestrevolmente una Tavola, in cui si vede S. Teresa, S. M. Maddalena de Pazzi, e in alto la Vergine con S. Andrea Corsini, e alcuni Angioli.

Un'annotazione che ci è di poca utilità, anche se ci informa del fatto che l'attuale collocazione della tela corrisponde alla collocazione originale. I santi sono facilmente riconoscibili: Teresa d'Avila, in basso a sinistra, viene colpita con la freccia dall'angelo (chiaro riferimento alla transverberazione), mentre Maddalena de' Pazzi in basso a destra riceve la corona di spine da un altro angelo e infine Andrea Corsini in alto, in posizione centrale, reca gli attributi del vescovo e assiste all'apparizione della Madonna con il Bambino.

Per capire il perché di queste iconografie sono necessarie alcune brevi informazioni sulle biografie dei tre personaggi. Il più antico in ordine cronologico è Andrea Corsini: nacque a Firenze nel 1302 da una famiglia appartenente alla nobiltà, entrò nell'ordine nel 1318, fu ordinato sacerdote dieci anni più tardi e ricevette il pastorale nel 1349. Pare che durante la celebrazione della sua prima messa da vescovo vide apparire dinanzi a sé la Madonna con il Bambino: ecco quindi spiegata la sua raffigurazione. Morì a Fiesole nel 1374 e il suo culto fu particolarmente vivo a Firenze soprattutto negli anni che seguirono la canonizzazione: il suo amore e la sua carità per i poveri e la sua appassionata e zelante attività gli garantirono gli onori degli altari. Teresa d'Avila, spagnola, nata nel 1515 e scomparsa nel 1582, è ricordata per essere stata una delle più grandi e famose mistiche della religione cattolica oltre a essere stata la fondatrice dell'ordine dei Carmelitani Scalzi. Nei suoi scritti sostiene che, nelle fasi più accese della sua meditazione mistica, veniva colpita da un'estasi durante la quale un angelo le colpiva il cuore con un dardo dalla punta infuocata che le lasciava cinque ferite, simbolo delle stimmate. Maria Maddalena de' Pazzi nacque nel 1566 e morì nel 1607: fu una monaca, famosa, come Teresa d'Avila, per il suo misticismo e per gli stati d'estasi durante i quali sembrava che rivivesse la Passione di Cristo. Curioso notare come sia Andrea Corsini che Maria Maddalena de' Pazzi furono proclamati il primo santo e la seconda beata da papa Urbano VIII, al secolo Maffeo Barberini, fiorentino come i due religiosi. Anzi, pare che Andrea Corsini divenne santo per intercessione del già citato cardinale Ottavio Corsini presso il papa.

La pala dei carmelitani di Rimini rappresenta uno dei cardini della produzione di Guido Cagnacci oltre che l'opera più matura e più consapevole della sua produzione giovanile. Anzi, è possibile asserire con certezza che la pala dei carmelitani rappresenta un importante punto di partenza per quella che sarebbe stata poi la fase successiva dell'opera del pittore romagnolo, coincidente con il suo soggiorno bolognese.

Si è già detto come si possa con tutta probabilità stabilire come data di inizio della pala il 1629: in questi anni Guido soggiornava in Romagna e aveva ancora vivo il ricordo dell'esperienza romana, durante la quale ebbe modo di entrare a contatto con la pittura dei caravaggeschi: Borgianni, Serodine, van Honthorst e Vouet in particolare. Bisogna poi aggiungere che già conosceva l'arte di Orazio Gentileschi a causa di alcuni viaggi giovanili nelle Marche, ma a Roma ebbe modo di approfondire le sue conoscenze. Inoltre, negli anni immediatamente successivi al 1628, Guido Cagnacci ebbe a che fare con gli strascichi giudiziarî del suo amore per Teodora Stivivi: si può quindi supporre che l'opera dovette tenerlo occupato per qualche anno, forse fino al 1631. La pala per la chiesa di San Giovanni Battista fu peraltro una delle ultime dipinte nella terra natia: dopo che le vicende legate all'amore per la giovane trovarono una conclusione, l'artista fu forse cacciato da Rimini, o comunque non volle più farci ritorno.

Si è già accennato seppur in breve all'impostazione generale dell'opera. È il momento di osservarla più da vicino: partendo dall'alto, i primi personaggi che si incontrano sono la Madonna e il Bambino che appaiono ad Andrea Corsini, che occupa una posizione centrale, di assoluto rilievo. Il nuovo santo rivolge il suo sguardo meravigliato e allo stesso tempo devoto nei confronti della Vergine e di Gesù, mentre la sua mitria gli viene sollevata da un angelo in parte nascosto da una nuvoletta. La luce mistica che proviene dalla Madonna circonda di chiarore la figura sua e del Bambino e inonda il volto di Andrea Corsini, lasciando invece nella penombra il suo corpo. Da notare come la luce sia con tutta evidenza una particolarità tecnica che deriva a Guido dalla lezione dei pittori caravaggeschi.

Ai piedi del santo troviamo Teresa d'Avila e Maria Maddalena de' Pazzi, vestite con gli abiti carmelitani così come il religioso che le sovrasta. Le due monache formano la base di un ideale triangolo che ha i vertici nel copricapo vescovile di Andrea Corsini e nei lembi bianchi delle vesti di Teresa d'Avila e Maria Maddalena de' Pazzi. La santa spagnola viene trafitta dalla freccia infuocata dell'angelo che si trova dietro di lei, riccamente abbigliato con un elegante e raffinato abito di broccato rosso. L'altro angelo invece è vestito di verde e le tiene dolcemente la testa. Le due creature celesti sembrano dialogare tra di loro e quasi non accorgersi, seppur partecipi, dell'estasi di Teresa d'Avila. Maddalena de' Pazzi invece rappresenta la figura più pacata della composizione: in atteggiamento devoto incrocia le mani davanti al petto e riceve dall'angelo che la sovrasta una corona di spine, chiara allusione alle estasi della mistica fiorentina. I volti delle due sante sono rischiarati dal bagliore celestiale che proviene dall'alto, mentre è interessante notare come l'ala dell'angelo che pone la corona di spine sulla testa della beata riecheggi soluzioni gentileschiane.

Ma qual è il personaggio più importante della composizione? Si potrebbe pensare alla Madonna. Ma in realtà le attenzioni di Guido Cagnacci si rivolgono da tutt'altra parte, tanto che la grande protagonista della composizione è proprio Teresa d'Avila.

Si è accennato al fatto che questo dipinto getta le basi per quella che sarebbe stata poi la produzione successiva di Guido. Ma entro quali termini? Le due più grandi caratteristiche della pittura cagnaccesca furono senz'altro la passione e la sensualità: Guido Cagnacci amava le donne e il suo intento fu sempre quello di trasferire sulla tela tutta la carica sensuale ed erotica di cui le sue eroine erano portatrici. E non c'era differenza alcuna tra donne appartenenti alla sfera laica e donne appartenenti alla sfera religiosa: per Guido ogni donna recava in sé un'ardente pulsione sensuale, che il pittore cerca di rendere manifesta anche quando l'osservatore non se la aspetta. Ed ecco quindi che i maggiori risultati della produzione dell'artista santarcangiolese sono da ritrovarsi nei quadri in cui le donne sono le protagoniste indiscusse, e la pala dei carmelitani non esce di certo dal canone. Come non notare l'espressione di estasi più terrena che spirituale della santa Teresa di Guido Cagnacci? Il corpo è totalmente abbandonato tra le braccia dell'angelo vestito di verde, le cui mani le reggono la spalla e il capo dolcemente reclinato all'indietro, mentre gli occhi sono chiusi e la bocca semiaperta in una smorfia di piacere più che di devozione. Una tensione orgasmica pervade il volto della santa Teresa di Cagnacci, l'ebbrezza sensuale è alla base della sua rappresentazione: il tutto sottolineato dalla calda luce di ambito caravaggista, che in questa opera sembra filtrata dalla lezione di Simon Vouet.

Poiché Teresa d'Avila fu canonizzata nel 1622, ai tempi di Guido Cagnacci e negli anni successivi furono molti gli artisti che si cimentarono in rappresentazioni della santa (vengono alla mente quelle di Pietro Novelli e di Francesco Albani soprattutto), ma nessuna è dotata di una carica erotica così veemente, così palpitante e così vibrante come quella che traspare dal volto della santa Teresa di Guido. Solo Gian Lorenzo Bernini, nel 1650, riuscì a eguagliare il romagnolo, scolpendo la famosa Estasi di Santa Teresa per la Cappella Cornaro in Santa Maria della Vittoria a Roma.

Cagnacci, in modo involontario, dimostra quasi di precedere le moderne interpretazioni psicanalitiche degli stati d'estasi di santa Teresa d'Avila, secondo le quali l'incontro con il divino potrebbe essere il frutto nonché la trasformazione in senso mistico di una fantasia erotica: in questo senso la transverberazione diverrebbe quindi emozione erotica, e la passionalità che ne deriva contraddistingue la rappresentazione della santa. La Teresa di Guido Cagnacci è una delle sante più fisiche che si siano mai viste in pittura. I colori accentuano questa sensazione di sconvolgimento carnale: dalla penombra emergono soprattutto i bianchi del volto e della veste di Teresa e il rosso (quale colore simboleggia meglio la passione?) dell'angelo.

Si potrebbe dire che la pala dei carmelitani, benché sia un'opera giovanile, rappresenti uno dei punti più alti della riflessione di Guido Cagnacci sull'eros nonché uno dei grandi capolavori del pittore romagnolo: da questa opera in avanti Guido avrebbe portato avanti le sue indagini sul corpo femminile e sulla sensualità arrivando a risultati incredibili e sorprendenti.

 

Dott. Federico Giannini



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