L'EROS IN CORREGGIO: VENERE E CUPIDO SPIATI DA UN SATIRO E L'EDUCAZIONE DI CUPIDO

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L'EROS IN CORREGGIO: VENERE E CUPIDO SPIATI DA UN SATIRO E L'EDUCAZIONE DI CUPIDO


di Dott. Federico Giannini di Carrara

L'EROS IN CORREGGIO: VENERE E CUPIDO SPIATI DA UN SATIRO E L'EDUCAZIONE DI CUPIDO Venere e Cupido spiati da un satiro e L'educazione di Cupido

Si sa, i primi tre decenni del Cinquecento furono un periodo in cui gli artisti (ma anche e soprattutto i loro committenti!) erano soliti prendersi molte licenze sulle tematiche dei loro quadri. Il dialogo che nel Rinascimento si era instaurato con l’antichità non poteva di certo escludere la sfera dell’erotismo, così importante nell’età classica: e dal momento che le storie degli dèi della mitologia classica facevano molto spesso riferimenti all’eros, nella pittura rinascimentale la migliore occasione per opere a soggetto spiccatamente sensuale era data proprio dai soggetti mitologici.

Per questo motivo le stanze private dei nobili del periodo (o comunque di personaggi che potevano permettersi di commissionare dipinti agli artisti) abbondavano di opere di tal genere: non rappresentava un’eccezione la collezione del conte mantovano Nicola Maffei, presso la quale si trovavano nel 1536 due opere del Correggio, ovvero Venere e Cupido spiati da un satiro assieme al suo presunto pendant L’educazione di Cupido. Benché le opere si trovassero in casa di Nicola Maffei, non ci è dato sapere se il reale committente fosse lui, un altro membro della famiglia o addirittura un estraneo, anche perché la realizzazione dei due dipinti è lievemente anteriore alla data della documentazione: l’artista scomparve infatti nel 1534 mentre sono posteriori al 1530 i suoi lavori (a soggetto erotico-mitologico) per Isabella d’Este e Federico Gonzaga. Si suppone quindi con certezza che le due tele siano state dipinte prima del 1530, ma non è possibile stabilire l’anno con esattezza: con ogni probabilità il terminus a quo è il 1524 e il terminus ad quem il 1528 e i due quadri rappresenterebbero i primi lavori a soggetto erotico di Correggio.

I dipinti passarono successivamente nella “Celeste Galeria”, la grandiosa collezione dei duchi di Mantova, dove rimasero fino al 1628, anno in cui furono acquistati (insieme a molte altre opere presenti nella collezione) da Carlo I d’Inghilterra. Oggi, Venere e Cupido spiati da un satiro è conservato al Louvre, dove è giunto a seguito di diverse traversie, mentre L’educazione di Cupido si trova alla National Gallery di Londra. Il pubblico italiano ha però avuto modo di osservare i due quadri di nuovo insieme di recente, nelle due mostre monografiche che si sono tenute nel 2008 a Roma e a Parma.

Uno dei due dipinti, ovvero Venere e Cupido spiati da un satiro, presenta dimensioni maggiori rispetto all’altro: questo fa pensare che L’educazione di Cupido abbia subito dei tagli. L’ipotesi è avallata anche dal fatto che nell’opera l’ala destra di Venere e la gamba sinistra di Mercurio non appaiono intere, ma sono “mutilate”: le decurtazioni purtroppo non sono eventi infrequenti. E poi, il fatto che i dipinti siano stati assieme nello stesso anno e nella stessa collezione (quella del conte Maffei) fornisce un’eloquente indicazione circa la loro origine.

A detta di alcuni critici, i due dipinti rappresenterebbero un’allegoria: in particolare, Venere e Cupido spiati da un satiro sarebbe metafora dell’amore carnale mentre L’educazione di Cupido dell’amore spirituale. Tuttavia nulla ci impedisce di pensare che in realtà i due dipinti non sottintendano alcun significato ma siano in realtà composizioni fini a suscitare in chi le osserva, secondo le intenzioni di chi ha dipinto e commissionato le opere, alcuni sentimenti ben precisi, e la debordante e languida sensualità che traspare dalle due tele non lascia dubbi su quali debbano essere tali sentimenti!

Entrambe le opere ci presentano tre personaggi: nella prima, Cupido, al centro della composizione riceve una lezione da Mercurio sotto lo sguardo di Venere, mentre nella seconda, due dei protagonisti della prima tela, Venere e Cupido, addormentati, vengono spiati da un indiscreto satiro che solleva il drappo che avvolge la dea dell’amore per scoprirne le nudità. C’è stato chi in passato (per la precisione nel secolo XVIII) ha proposto una diversa interpretazione per quest’ultimo dipinto: il satiro in realtà non sarebbe stato un “vero” satiro, ma piuttosto Giove in uno dei suoi innumerevoli travestimenti, mentre Venere in realtà sarebbe stata identificata con Antiope. L’interpretazione farebbe riferimento a uno dei tanti miti che vedono Giove trasformarsi per poter abusare delle donne di cui si invaghiva: in questo caso Antiope.

Ma cosa induce a pensare che in realtà la donna dipinta da Correggio sia Venere? Non tanto la presenza di Cupido, che talvolta veniva raffigurato in dipinti aventi per tema l’unione tra Giove e Antiope, quanto invece la torcia accesa che si nota tra Venere e Cupido, attributo della dea e simbolo dell’ardente fuoco dell’amore: questo particolare contribuirebbe a fugare ogni dubbio circa la corretta interpretazione da dare all’opera.

La dea dell’amore rappresenta il fulcro della composizione: le sue linee morbide e aggraziate, il suo corpo dalle prorompenti forme, i suoi contorni sfuggenti per effetto dello sfumato leonardesco, appreso da Antonio Allegri già in gioventù, accendono e provocano l’osservatore quasi a trascinarlo in questo vortice di erotismo reso ancora più pulsante dal satiro che con sguardo concupiscente e con fare neanche tanto voyeuristico quanto deciso e un poco invadente solleva il drappo che copre madre e figlio addormentati. Il satiro in particolare si fa simbolo della lascivia e della libidine: è lui che all’interno della composizione si fa carico degli istinti sessuali che Venere, completamente nuda, sommuove e agita. Ad accrescere la sensualità della dea contribuiscono la sua posa languida, la sua bocca semiaperta in una smorfia che è allo stesso tempo voluttuosa e soave, il braccio su cui posa il suo capo dolcemente reclinato all’indietro, la sua folta chioma bionda e riccia, il suo seno delicato, il suo corpo nudo, morbido e seducente: tutti particolari che il Correggio sottolinea anche attraverso la luminosa atmosfera crepuscolare che con la sua luce rischiara le fattezze dei tre protagonisti. La scena si svolge all’interno di un ameno paesaggio boschivo: questo contribuisce a conferire all’opera un’idea di quiete e tranquillità, che non viene turbata neanche dalla presenza del satiro, delicato seppur risoluto. La pittura e lo stile di Correggio non fanno altro che esaltare la sensualità e l’erotismo dell’opera: l’utilizzo dello sfumato per rendere più morbidi i contorni di Venere, le linee sinuose della dea, la luce soffusa. Da notare inoltre come Cupido e Venere siano addormentati sopra una pelle di leone: la forza di cui il leone è simbolo potrebbe in questo caso diventare la dirompente forza dell’amore e della passione.

Il secondo, L’educazione di Cupido, presenta una scena un po’ meno libidinosa: i tre protagonisti, Venere, Cupido e Mercurio, sono ai piedi di un albero, e il dio dai calzari alati sta impartendo una lezione al figlio di Venere. Quest’ultimo guarda con attenzione a un foglio che gli viene presentato da Mercurio, mentre Venere, che porta l’arco e un velo color porpora, assiste in piedi alla lezione, rivolgendo il suo seducente sguardo verso gli osservatori. Ma di quale tipo di lezione si tratta? L’amore, rappresentato da Cupido, deve tener conto di una serie di “tecniche” che guidino l’innamorato e lo conducano su una buona strada, sempre tenendo presenti anche le passioni e le pulsioni erotiche: e di questa “cultura” dell’eros si fanno promotori Mercurio, dio degli oratori e dei poeti ma anche degli astuti e dei bugiardi (del resto in amore non bisogna essere un po’ oratori e un po’ poeti, ma anche un po’ astuti e qualche volta un po’ bugiardi?) e Venere, che con il suo corpo ancora completamente nudo si fa simbolo della sessualità, presente e irrinunciabile in qualsiasi rapporto amoroso. Si tratta però soltanto di un’interpretazione: non ci è dato realmente sapere se il soggetto raffigurato nella tela rimandi a un’allegoria o sia soltanto una scena fine a se stessa.

Compare ancora una volta il bosco, per donare tranquillità e felicità alla composizione, e di nuovo il corpo di Venere viene rappresentato con la stessa grazia e la stessa sensualità che abbiamo trovato nel dipinto analizzato in precedenza: il suo leggero protendersi in avanti con il busto e il movimento del braccio destro (movimento che, grazie alla sapienza del pittore, presenta una duplice finalità: narrativa, nel momento in cui tende la mano al figlioletto, e funzionale, nel momento in cui copre il pube per un astuto gioco di vedo-non vedo) fanno sì che il seno della dea sporga verso gli astanti che ne colgono tutta la procace rotondità. E ancora, il fatto che Venere sposti tutto il suo peso sulla gamba destra (tanto che la sinistra, a riposo, è leggermente sollevata da terra) fa sì che chi guarda il quadro apprezzi tutta la pienezza delle sue curve. C’è chi vuole vedere in questa Venere il simbolo dell’amore celeste, ma l’erotismo pulsante che si avverte dalla sua posa e dal suo corpo porterebbe quasi a pensare a tutt’altro!

Gli altri due protagonisti dell’opera, al contrario dell’unica donna, non si accorgono degli osservatori e sono immersi nella lezione: Cupido (da notare il grande realismo dei boccoli biondi e la naturalezza con la quale Correggio gli dipinge le ali giallo-azzurre, che riprendono i colori del velo e degli accessori del suo insegnante) rivolge il suo volto paffuto verso il foglio, mentre Mercurio lo aiuta, indicando con l’indice della mano destra, a comprendere quanto scritto sopra di esso. La figura di Mercurio concede anche l’opportunità a Correggio di dimostrare le sue doti di decoratore: si notino i particolari dei calzari e del petaso alato che il dio porta in capo. E anche per L’educazione di Cupido l’artista si avvale della luce delicata che è stata utilizzata per Venere e Cupido spiati da un satiro: una luce che illumina le fattezze dei protagonisti e ne esalta la fisicità.

Nel caso di Venere poi, la luce inonda il suo volto, il suo seno e i suoi fianchi sottolineandone tutta la femminilità. Femminilità che Correggio rende viva e tangibile, fornendoci con questi due dipinti un appassionato e meraviglioso capolavoro di sensualità: si tratta di due opere che non rappresentano soltanto due capolavori erotici di Correggio (preludio del ciclo degli amori di Giove che sarà realizzato qualche anno più tardi), ma due dei più importanti dipinti di tutto il Rinascimento e uno degli apici della pittura erotica di ogni tempo.



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