Mario Mancigotti
GLI ESORDI DI SIMONE CANTARINI FRA PESARO E FANO
Il più dovizioso biografo del Pesarese di cui è stato quasi coetaneo in quanto nato soltanto quattro anni dopo e dell'artista estimatore ed amico, il conte canonico prof. Carlo Cesare Malvasia, nella sua nota "Felsina pittrice" (1) ci ha fornito abbondanti notizie sull'attività del giovane Simone sia durante la permanenza nell'atelier di Guido Reni (1634 circa - 1637) sia durante il suo secondo soggiorno
bolognese (1643-1648) nello studio personale di palazzo Zambeccari sulla riva del Reno ma ci ha lasciato scarse e purtroppo imprecise notizie sui suoi primi vent'anni di vita nella città natale di Pesaro e nella vicina Fano.
Forse il letterato ne era consapevole, essendosi preoccupato di rimandare il lettore a quel prezioso manoscritto del pittore e storiografo locale Giuseppe Montani “Vite dei pittori pesaresi ed urbinati" purtroppo andato irrimediabilmente perduto, consiglio ripreso anche dall'Orlandi (2), dal Lanzi (3) e dall'Olsen (4).
Tale scarsità di notizie malvasiane, a volte inesatte è stata all'origine delle incertezze e zone d'ombra sull'educazione artistica giovanile del Pesarese.
Il Malvasia ci informa stringatamente che ".....suo primo direttore e maestro dicono fosse Gian Giacomo Pandolfi, a lui raccomandato da un religioso servita che protegge il ragazzo dagli ingiusti rimproveri di suo padre e lo accompagna in un viaggio a Venezia. Tornato a Pesaro sotto la scorta di Claudio Ridolfì, detto comunemente Claudio Veronese , presa questi la moglie e ritiratosi nelle delizie villerecce della bellissima Corinaldo, distornato da queste amenità e dalle cacce alle quali oltremodo dilettatasi, poca copia di sé facevasi allo scolaro, diedesi egli a proseguire l'incamminato studio sulle opere del Baroccio, altresì dalla vaghezza di quel fare, a cui dal genio sentitasi oltremodo chiamato. "
IL “ TALENTSCOUT “ DI SIMONE: GIAN GIACOMO PANDOLFI
Che il Pandolfì, figlio d'arte e pittore di corte, sia stato il protagonista del rapporto di apprendistato di Simone è ormai incontrovertibile:
Basti soffermare lo sguardo sulla pianta topografica della Pesaro seicentesca del Blavius (fìg.1), notando come il cortile della casa residenziale della famiglia di Girolamo Cantarini, in via dei Fondaci (oggi corso XI settembre) sfociava nell'attuale via Bonamini, angolo via Petrucci, ove sorge lo splendido Oratorio del Nome di Dio, rarissimo esempio di connubio fra pittura e scenografia nel quale il Pandolfi ha dipinto sia le tele che decorano il soffitto fra il 1617 ed il 1619, quando Simone era in età scolare, e successivamente le dieci tele delle pareti, realizzate tra il 1634 ed il '37.
E' dunque attendibile che l'anziano maestro tormentato dalla chiragra abbia scoperto le eccezionali doti di Simone quando il giovanissimo ragazzo - secondo l'aneddoto del Malvasia -in quel cortile attirò tanti concittadini ad ammirare meravigliati una statua modellata con la neve, poi ghiacciatasi.
Sappiamo che il Pandolfi era addirittura cliente del padre di Simone, mercante e droghiere, per rifornirsi di colori in polvere.
Inoltre il Pandolfi era in ottimi rapporti con i frati della chiesa di S. Agostino, quasi prospiciente la casa di Simone, per la quale aveva già dipinto la pala con la "Madonna del Soccorso" e quindi disponibile ad accogliere di buon grado la richiesta di
intercedere nei confronti dell'inflessibile Girolamo Cantarini.
Certo, il rapporto di apprendistato si sarà limitato ad insegnare le norme fondamentali della tecnica della pittura ad olio, non molto di più perché la poetica ispirata del Pesarese sarà immune dal tardo manierismo zuccheresco dell'insegnante.
Dunque, il rapporto Pandolfi - Cantarini dovrebbe risultare un dato acquisito definitivamente nell'excursus biografico giovanile di Simone e non si giustificano quindi le residue perplessità della critica su tale esperienza di bottega. (5)
Finalmente possiamo mostrare il volto del Pandolfi da un autoritratto inedito che egli ha dipinto nel 1631 sulla loggetta della cantoria sopra la porta d'ingresso dell’Oratorio sul lato sinistro dell'organo. (fìg.2)
IL PROBLEMATICO RAPPORTO FRA IL RIDOLFI ED IL PESARESE
Al contrario rimane nebuloso e quanto mai problematico il rapporto fra il pittore veronese ed il giovane Simone.
Certamente si può escludere che il Ridolfì abbia svolto un ruolo di vero "maestro" per motivi temporali ed ambientali.
Il viaggio di Simone con il suo frate protettore si è senz'altro verificato e documentato.
Sappiamo infatti che il nobile pesarese Giovanni Battista Bonamini, antenato del più famoso storiografo Domenico, estimatore di Simone del quale diverrà collezionista, si mette in contatto con il rappresentante a Venezia del Ducato urbinate dei Della Rovere, il pesarese Giovanni Diplovatazio per fare accogliere il giovane promettente esordiente allora quindicenne nello studio del pittore veneziano. Sante Peranda, un seguace tardo-manierista della cerchia di Jacopo Negretti, detto Palma il Giovane, e rientrato da poco nella città natale.
Il soggiorno di Simone deve essere stato di breve durata e senza apprezzabili riflessi sul suo linguaggio estetico.
Che il Ridolfì abbia potuto conoscere Simone e si sia offerto di riaccompagnarlo a Pesaro è plausibile. Ma l'errore notevole del Malvasia in perfetta buona fede ma che ha fuorviato tanti storici dell'arte è stato quello di ritenere che il Ridolfì si sia sposato e trasferito a Corinaldo dopo tale viaggio verso il 1627 quando invece è accertato che il Veronese presente in Urbino dal 1602, abitando in una casa tra il colle dei Cappuccini e Porta Valbona, denominata Ca' Condì, ha contratto matrimonio con la urbinate Vittoria de' Maschi, molto più giovane di lui in quanto nata del 1586 se si tiene conto della data sia pur controversa del Ridolfì del 1560 a Verona accolta da suoi biografi Carlo Ridolfì (6), Batolomeo Dal Pozzo (7), Diego Zanandreis (8) e dalla critica contemporanea, come Grazia Calegari (9) ;(ma lo storico urbinate Egidio Calzini lo ha ringiovanito di dieci anni in base a documento di archivio veronese (10), tesi condivisa dal prof. Licinio Magagnato, studioso della pittura veronese del cinque e seicento.) (11).
E' comunque certo ed incontestabile che il Ridolfì si è sposato nel 1611, cioè prima che il Pesarese nascesse in Pesaro e che il Barocci morisse nello stesso anno 1612 e non nel 1627.
E ciò è tanto vero che il Ridolfì ha fatto in tempo ad essere ospitato nella studio del Barocci in via S. Giovanni in Urbino.(12)
Dopo il matrimonio il Ridolfì si è trasferito a Corinaldo, nell'anconitano, ove nel 1613 è nata la prima figlia Leonora, seguita da ben altri sei figli.: Francesco Luigi (1615) Laura(1623), Cesare Silvestro (1625), Bernardino (1629), Francesca a Fossombrone (1631) ed infine Veronica chwe sappiamo deceduta nel ’45, dati anagrafici rilevati negli archivi parrocchiali di Corinaldo e di Fossombrone ( cfr. Marisa Baldelli “ Claudio Ridolfi Veronese,
pittore nelle Marche” – 1977).
D'altra parte si può precisare, "ad abundantiam", che non risulta che il Ridolfì abbia aperto una bottega o studio in Pesaro ove poter svolgere una scuola; ma nemmeno nella scuola lasciatagli in eredità dal Barocci in Urbino fra i pochi allievi qualli l'Urbinelli, il Cialdieri, il Marini ed altri non risulta mai il nome del Pesarese.
A maggior ragione il Ridolfì non può essere stato maestro di Simone a Corinaldo, dove il giovane non ha messo mai piede prima di trasferirsi a Bologna, come erroneamente ritiene sia lo Zanandreis (13) ed anche la Colombi Ferretti. (14).
Possiamo quindi concludere che il Ridolfì ha conosciuto l'adolescente Simone durante il ritorno da Venezia e si ritiene in occasione di un secondo viaggio dal nord Italia verso Loreto, legato all'enigma della "Madonna del Rosario "della Pieve di Candelara quando Simone diciottenne aveva già dipinto la "Beata Rita" perla chiesa di S. Agostino in Pesaro e quasi certamente la "Pala di S. Barbara e S. Terenzio" per la sua parrocchia di S. Cassiano.
Proprio durante il periodo di più intensa attività lavorativa di Simone a Pesaro ed a Fano, il Ridolfi aveva certamente il suo bel da fare sia per gli impegni di capo di una famiglia così numerosa, siaper le numerose commissioni di pale d’ltare a Corinaldo e nelle vicine località di Ostra, Ostra Vetere, Barbara, Pergola, Arcevia e sia infine per seguire sia pur in modo discontinuo la scuola baroccesca in Urbino.
Una cosa è certa: come sostiene il Malvasia nonostante la confusione cronologica, il vero maestro indiretto del Pesarese è stao Federico Barocci, attraverso lo studio appassionato dei suoi tre capolavori in Pesaro: "La circoncisione di Gesù" allora esposta nell’altare maggiore nel citato oratorio del Nome di Dio (oggi al Louvre), "La vocazione di S. Andrea" nello scomparso Oratorio omonimo, prospiciente la casa Cantarini ed infine ma soprattutto la "Beata Michelina Metelli" allora esposta nella chiesa di S. Francesco, come lo stesso Simone ebbe a confidare al Malvasia.
Barocci,, vero maestro del Pesarese, e non già Ridolfì che baroccesco non può considerarsi!
L'ENIGMA DELLA "MADONNA DEL ROSARIO" DI CANDELARA (PU)
Alla luce delle suesposte considerazioni dovrebbe conseguire un ripensamento sul mutamento di attribuzione dal Cantarini al Ridolfì della splendida tela di ampie dimensioni (l'altezza supera i tre metri) "Madonna del Rosario" collocata nella Pieve di S. Stefano in località Candelara di Pesaro (fig. 3), verifìcatasi nel 1994 in occasione della mostra dedicata in Corinaldo (AN) al pittore veronese. (15)
Tale nuovo orientamento attributivo si è basato soprattutto sulla rilettura di una memoria autografa del 1879 redatta dall'abate Luigi Burestì. (16)
Orbene, tale documento rappresenta una contraddizione in termini.
Infatti all'inizio del manoscritto testualmente si legge: "II miglior quadro che questa chiesa possiede è quello del SS. Rosario a sinistra di chi entra che si ha fondata ragione di credere che sia di mano del nostro Simone Cantarini.".
Tale giudizio attributivo deve essere stato espresso da due autorevoli esperti cantariniani citati dal Buresti: Il pittore e restauratore pesarese Giuseppe Gennari, che fu stretto collaboratore dello storiografo concittadino Giuliano Vanzolini nella stesura per la parte artistica della "Guida di Pesaro" edita nel 1864 ed il prof. Giovanni Pierpaoli Fanese (1833-1911) (17) pittore, restauratore e docente di educazione artistica nel Convitto Nolfi ma soprattutto esperto stimatore dell'arte del Pesarese, (18); ciò è comprovato dal fatto che affrescò il soffitto del salone della villa Gacomini-Rinalducci che si trovava in località Brettino (Fano), poco lontano dall'eremo dei frati agostiniani, raffigurando Simone mentre dipinge "La Madonna della cintura" per la chiesetta dell'eremo. ( Fano, pinacoteca civica scheda 12).
Ma la"vexata quaestio" è originata dalla successiva dichiarazione contradditoria che così recita: "Havvi tradizione che il volto della Beata Vergine, il Bambino e gli angeli siano fatti da Claudi Ridolfì Veronese che fu pure suo maestro il quale, passando per Pesaro per portarsi a Loreto e trattenendosi in sua casa vi lasciò questa memoria. ll paese pure in fondo al quadro credesi di altra mano......."
Balzano all'evidenza alcune obiezioni.
Premesso che ci si riferisce alla "tradizione",vale a dire alla "vox populi" non sempre attendibile, non sembra concepibile che il Ridolfì, di passaggio a Pesaro ospite di Girolamo Cantarini di certo desideroso di mostrargli i progressi del figlio, lo sostituisca completamente nella esecuzione della importante commissione, comportamento davvero scortese ed ingrato.
Non va dimenticato che il Veronese era ormai settantenne e la moglie Vittoria lo attendeva a Corinaldo con cinque figli da curare, di cui tre minorenni ed era in attesa della sesta figlia.
Pertanto l'ospitalità offerta non può essere stata di lunga durata.
Si stenta quindi ad immaginare che in pochissimo tempo disponibile abbia potuto fare la spola in calesse, dal centro di Pesaro fino al poggio di Candelara e ritorno a circa dieci chilometri e poi salire a fatica, sull'impalcatura per portare a termine una così impegnativa e vasta composizione!
Ma lo stesso restauratore Gennari potrebbe risolvere l'enigma quando, secondo l’abate Burestì, avrebbe eseguito delle "correzioni", facendo intendere di aver fornito soltanto assistenza al giovane, dandogli qualche consiglio e suggerimento.
Del resto a supporto della paternità del giovane Simone va preso in considerazione il disegno preparatorio a sanguigna conservato nel Cabinet des dessins del Louvre (n. 7074 d'inv.) (fìg. 4) nel quale in primo piano sono abbozzate due figure di santi in attesa di ricevere il dono dei rosari, facendo presumere che la pala di Candelara sia stata incompiuta, forse a causa dello spostamento di Simone a Fano.
Ma ci conforta anche l'esame stilistico dal quale emerge, a nostro sommesso avviso, la poetica cantariniana così palpitante di intimismo che spazia in un "sovrumano silenzio e profondissima quiete" di ascendenza baroccesca, non riscontrabile nelle due tele del Ridolfi di Colbordolo e di Mombaroccio nelle vicinanze di Pesaro, così animate da molti personaggi.
RIFLESSI DEL CARAVAGGISMO SU SIMONE
Nella dis amina dei vari apporti culturali sulla formazione del precoce artista pesarese spesso si fanno i nomi del conterraneo Giovan Francesco Guerrieri da Fossombrone e del pisano
Orazio Gentileschi.
Per quanto concerne il primo è certamente immaginabile che Simone abbia avuto contatti sia pur indiretti con il Guerrieri il quale prima di lui aveva lasciato la sua impronta a Fano nella Cappella dedicata al cardinal Borromeo nella chiesa di S. Pietro in Valle a Fano.
Meno convincenti invece sono i frequenti riferimenti al Gentileschi (1563-1639) il quale ha operato soprattutto n Fabriano ove si è trasferito da Roma dopo la celebrazione del processo contro il pittore Agostino Tassi reo di aver violentato la la figlia quindicenne Artemisia, clamoroso evento accaduto proprio nell’anno di nascita di Simone, 1612.
La permanenza nelle Marche potrebbe essersi prolungato fino al 1619, anno il cui il maestro prova la cocente delusione per il rifiuto del duca Francesco Maria II Della Rovere di affidargli commissioni per la chiesa di S. Ubaldo in Pesaro, preferendogli Jacopo Palma il Giovane.
Simone aveva appena nove anni quando il Gentileschi è presente a Genova: cinque anni dopo, nel ’26 il pittore sarà già in Inghilterra ala corte di Carlo I.
E’ ovvio che va escluso qualsiasi rapporto diretto.
Va precisato chenel 1975 lo scrivente ebb e a presentare come opera di Simone la pala “Le anime purganti” nell cappell del Suffragio del Duomo di Fabriano ove sono presenti affreschi e tele del Gentileschi, confortato dal parere del Marcoaldi, del Molaioli e del Serra.
Tale presenza del giovane Simone poteva avallare un sia pur epidermico influsso gentileschiano.
Tale ipotesi però è venuta a cadere quando in occasione della mostra celebrativa dedicata a Simone in Pesaro, nel 1997 il dipinto in questione è stato espunto dal catalogo del Pesarese ed assegnato al pittore romano Giuseppe Puglia alias “Il Bastaro” su autorevole parere dell’Emiliani , condiviso dal D’Amico e da Rottgen. (cfr. Marina Cellini, catalogo della mostra).
Alla luce di tali considerazioni un accostamento eel Gentileschi all’educazione artistica giovanile di Simone risulta scarsamente proponibile.
DAL BAROCCI AL RENI: UNA PRECOCE CARRIERA.
Forse non ci siamo sufficientemente convinti che Simone durante l'attività artistica giovanile prima di partire per Bologna ancora poco più che ventenne aveva già raggiunto la piena maturità. Se ne era accorto lo stesso Guido Reni al primo incontro con il giovane allievo quando dichiarò "esser costui maestro prima di entrare nella scuola!" (19).
Una espressione di stima forse dopo aver ricevuto in dono dal Pesarese il mirabile suo ritratto in tondo (fìg. ) di collezione privata di Pesaro.
Il giovane artista aveva ormai conquistato larga fama in Pesaro come ritrattista: si erano affidati al suo pennello il marchese Baldassini ed il nobile Gavardini, tele disperse, la nobildonna Eleonora Albani Tomasi, dipinto scoperto negli anni settanta dallo scrivente nella villa Miralfiorie alla periferia di Pesaro della famiglia Castelbarco Albani ed attualmente appartenente alla quadreria della Banca Popolare dell'Adriatico di Pesaro,uno stupendo saggio pittorico che regge il confronto con il "Ritratto della madre" del Reni della Pinacoteca di Bologna e soprattutto quel cardinale Barberini junior giunto a Pesaro nel 1631 quando Simone era diciannovenne, in occasione della devoluzione alla Chiesa del Ducato dei Della Rovere di Urbino (dipinto attualmente a Roma nella Galleria Nazionale di Arte Antica).
Ora, a conferma di tale meritata notorietà ci soccorre un mirabile "Doppio ritratto" (fìg. 6) inedito, acquistato nell'aprile 2006 ad un asta tenutasi a New York dalla fondazione della Cassa di Risparmio di Bologna. Si tratta di un olio su tela di cm. 120 x 103 raffigurante un gentiluomo seduto accanto all'anziana moglie con rosario in mano e poiché l'opera in origine era inventariata in palazzo Machirelli ex Olivieri di Pesaro si può avanzare l'ipotesi che posa trattarsi dei coniugi Olivieri che commissionarono al Reni la famosa pala,.ora alla Vaticana, per il loro altare di famiglia in Duomo.
Ma non va dimenticato che già il Pesarese aveva registrato successo con opere religiose per le chiese di Pesaro come la "Beata Rita" per S. Agostino", la "Pala di S. Barbara e S. Terenzio" per S. Cassiano e la "Immacolata Concezione" ordinata dal Gavardini forse per S. Giovanni ed altre per S. Domenico, per S. Francesco etc.ciò puntualizzato, non ci pare possano persistere perplessità sul momento di esecuzione del capolavoro "II miracolo di S. Pietro" (fìg.7), nella chiesa di S. Pietro in Valle, a Fano, come ci ha tramandato il Billi.
E’ questo il momento in cui Simone, invaghito del linguaggio forbito, classicheggiante dell'osannato Maestro bolognese, lo sfida proprio sull'altar maggiore, gomito a gomito, con quella tela reniana rappresentante "La consegna delle chiavi a San Pietro", oggi al museo Rigaud di Perpignano in Francia.
E si può dire che egli superò a pieni voti la prova in quantoì trasformassi in Guido - al dire del Lanzi - che parve lui e fino ai tempi del Malvasia i forestieri non distinguevano la diversità della mano." (20)
Post-datare l'opera al ritorno di Simone a Pesaro dopo il ’37 non pare possa trovare valide motivazioni: il Reni aveva ormai imboccato l'ultima sua "maniera argentea" così sfibrata, eterea,incompiuta delle Cleopatre e delle Lucrezie suicide, una maniera poco compresa ed accettata dai seguaci ed ormai l'ubriacatura dei vent'anni per il conclamato Maestro si era del tutto svaporata.
Il Pesarese, sicuro padrone di un esauriente bagaglio tecnico, anelante a tradurre in un linguaggio fluente, armonioso, lirico la sua visione sacrale inculcatagli dai suoi amici agostiniani, forse nel presagio a livello inconscio di un fugace percorso terreno, lo coglierà una fine tragica a soli trentasei anni, sorte già riservata a Raffaello, al Caravaggio, al Masaccio, è spronato a bruciare le tappe, insomma un "maestro" nella piena maturità ma indotto da un avverso destino a calarsi a Bologna nei panni di un esordiente!
Dibattito aperto, dunque, nell’auspicio di un conoscenza sempre più aderente alla verità storica degli esordi artistici del Pesarese prima della partenza per la città felsinea!
Mario Mancigotti
NOTE
1) Carlo Cesare Malvasia "Teismo pittrice" - Bologna, 1678
2) P. Orlandi "L'abecedario pittorico" Bologna, 1719
3) Luigi Lami "Storia pittorica d'Italia dal dal risorgimento delle belle arti fin verso la fine del XVII secolo" - 1789
4) H. Olsen "Federico Barocci" 1992
5) A. Colombi Ferretti "Simone Cantarini" in AA. VV. "La scuola di Guido Reni" - Modena, 1992
6) Carlo Ridolfì "Le meraviglie dell'arte" 164
7) Bartolomeo Dal Pozzo "Le vite del pittori......veronesi" - Verona, 1718
8) Diego Zanandreis " Le vite dei pittori…..veronesi" - 1891
9) Grazia Calegarl "Claudio Ridolfì, un pittore veneto nelle Marche del seicento" 1994
10) Egidio Calzini "Claudio Ridolfì, pittore veronese" in "Rassegna bibliografica dell'arte italiana" 1911
11) Licisco Magagnato "Cinquant'anni di pittura veronese 1580-1630" 1974
12) Marisa Balzelli "Claudio Ridolfì, veronese pittore nelle Marche" - 1977
13) Diego Zanandreis - opera citata del 1891
14) A. Colombi Ferretti - opera citata del 1992
15) Grazia Calegari "Un pittore veneto nelle Marche del seicento" -1994
16) Luigi Buresti "Alcune memorie sulla parrocchia di Candelara" note manoscritte del 1879.
17) Alfredo Servolini "I pittori fanbesi Giovanni Pierpaoli e Giusto Cespi" - Milano.
18) Marina Cellini "La biografìa di Simone Cantarini nei documenti e nelle fontì" pag.397-418 nel catalogo Simone Cantarini detto II Pesarese"
19) C.C. Malvasia "Felsina pittrice" Bologna 1678 pag. 375
20) M. Tornasi Ariani "Guida di Fano " - 1853 pag. 146