GIUDITTA E OLOFERNE DI ARTEMISIA GENTILESCHI: LA STORIA DI UNA VIOLENZA LETTA ATTRAVERSO UN QUADRO

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GIUDITTA E OLOFERNE DI ARTEMISIA GENTILESCHI: LA STORIA DI UNA VIOLENZA LETTA ATTRAVERSO UN QUADRO


di Dott. Federico Giannini di Carrara

Se cercassimo di scegliere un'opera, all'interno della produzione di Artemisia Gentileschi, che possa riassumere tutta la sua vicenda artistica e biografica, ci troveremmo dinanzi a un'impresa molto difficile, tanti sono i quadri di Artemisia che recano valori che invitano l'osservatore a guardare al di là della mera esecuzione tecnica.

Esiste però una tela, Giuditta e Oloferne, che colpisce per l'elevata dose di violenza che la contraddistingue (nonostante sia opera di una donna!), per l'immediatezza dei soggetti raffigurati, per il gusto teatrale tipicamente barocco e per la sapienza con la quale vengono impiegati i colori, una sapienza già messa in evidenza da Roberto Longhi in un suo famoso saggio del 1916, Gentileschi padre e figlia. La freddezza e l'impassibilità di Giuditta, il suo sforzo nel tenere ferma la testa di Oloferne, il generale che a sua volta tenta di respingere la serva che aiuta la protagonista a decapitare il nemico: il tema era già stato affrontato, con la stessa violenza, da Caravaggio, ma la tela proposta da Artemisia Gentileschi assume anche una connotazione autobiografica.

La Giuditta e Oloferne esiste in due esemplari: uno, più tardo e di dimensioni più importanti, realizzato agli inizi degli anni Venti del Seicento e conservato nella Galleria degli Uffizi, e un altro dipinto intorno al 1612 e conservato a Napoli nel Museo Nazionale di Capodimonte.

I due quadri sono del tutto simili, fatta eccezione per i colori delle vesti delle due donne e per le dimensioni: quelle più grandi dell'esemplare fiorentino fanno sì che la scena si faccia più cupa e che l'osservatore possa apprezzare per intero la figura di Oloferne. L'iconografia è tratta dal repertorio biblico: Giuditta, più volte raffigurata nel corso della storia dell'arte (ma mai in modo così brutale), era un'eroina giudea che fece innamorare il generale assiro Oloferne, i cui soldati stavano assediando la città di Betulia. Dopo aver fatto ubriacare il condottiero, Giuditta lo decapitò privando così gli assiri del loro più valoroso condottiero: fu quindi facile per gli assediati mettere in fuga i nemici. L'episodio è narrato nel libro di Giuditta. Diversamente da quanto vorrebbe la tradizione, Artemisia (ricalcando l'esempio di Caravaggio) dipinge l'ancella di Giuditta assieme alla sua padrona nel momento in cui viene compiuta la decapitazione: nel racconto biblico invece si dice che la serva si sia limitata a nascondere la testa di Oloferne in una bisaccia. Così recita il libro di Giuditta: poi andò alla colonna del letto, alla testa di Oloferne, staccò la scimitarra, quindi riavvicinatasi al letto, afferrò per i capelli Oloferne e disse: "Dammi ora forza, o Signore, Dio d'Israele!". Due colpi gli vibrò con violenza alla nuca e ne staccò la testa; fece ruzzolare il corpo fuori dal letto e portò via i drappi alle colonne; poi uscì in fretta e consegnò la testa di Oloferne alla serva, che la mise nella bisaccia dei viveri e tutt'e due attraversarono il campo, come al solito, per andare a pregare. (Giuditta: 13, 6-9).

Per capire le ragioni di una così grande carica di violenza, è necessario richiamare l'infelice vicenda biografica di Artemisia Gentileschi, che più tardi ispirò anche romanzieri e registi. Figlia del pittore Orazio, la giovane, nel 1611 (all'età di diciotto anni) si trovava ad aiutare il padre nella realizzazione degli affreschi di Palazzo Pallavicini Rospigliosi a Roma, quando fu stuprata dal pittore Agostino Tassi, all'epoca collaboratore di Orazio Gentileschi e ricordato più per i suoi trascorsi non proprio confortanti che per la sua abilità pittorica. Orazio sporse denuncia nei confronti del collega e riuscì a far sì che Tassi venisse condannato, in quanto si scoprì che era già unito in matrimonio con un'altra donna e non poteva quindi sposare Artemisia: gli atti e i documenti del processo ci sono giunti nella loro interezza e ci testimoniano tutta la tragicità dell'episodio, che si evince soprattutto dalla lucida ed esauriente confessione della giovane. La denuncia nei confronti di Tassi giunse peraltro qualche mese più tardi rispetto all'accaduto, in quanto dapprima il collega sembrava disposto a un matrimonio riparatore e sia Artemisia che Orazio non erano a conoscenza del fatto che la moglie di Tassi era ancora in vita.

La produzione di Artemisia Gentileschi è un continuo richiamarsi alla triste vicenda, e le sue opere abbondano di giovani simbolo dell'innocenza che deve soccombere alla brutalità, tratte dal repertorio classico, sacro e mitologico (Lucrezia, Susanna, Danae e altre), di sante martirizzate (lo stupro è visto come un martirio, come un sacrificio: addirittura in un celebre autoritratto del 1615 Artemisia si presenta all'osservatore con la palma del martirio) ma anche di donne, come Giaele e come Giuditta, che sopraffanno e vincono l'uomo. È proprio secondo quest'ultima chiave di lettura che bisogna leggere la tela Giuditta e Oloferne.

La grande ferocia di Giuditta nel tagliare la testa del generale nemico potrebbe essere ricondotta alla rivalsa, alla vendetta della donna nei confronti dello stupratore, e l'opera è il modo in cui la giovane Artemisia esprime tutta la sua amarezza per il suo trascorso e al contempo tutto il suo disprezzo per l'uomo che ha abusato di lei: non bisogna dimenticare che la prima versione del dipinto, quella conservata a Napoli, è databile al 1613, e il processo contro Agostino Tassi si era concluso da pochi mesi. Con tutta evidenza, secondo la figlia di Orazio Gentileschi non era sufficiente la condanna inflitta dal tribunale ecclesiastico ad Agostino Tassi, peraltro molto blanda in quanto il collega poteva godere di alte protezioni: la giovane voleva far sì che la sua vicenda rimanesse impressa sulla tela in modo da ricordare tutto il suo dolore anche nei secoli successivi. Una "neutralizzazione di una violenza grazie a un'altra violenza", una "rivendicazione femminile", per usare le parole di Roland Barthes. Un grido di disperazione di una giovane violata, un tentativo di consegnare alla storia dell'arte l'offesa subita e di far comprendere a tutti la sofferenza provata.

Per avvalorare l'ipotesi secondo la quale il dipinto sarebbe dettato da una voglia di rivincita della pittrice nei confronti dell'ex amico di famiglia, si potrebbe osservare come le fattezze della Giuditta siano molto simili a quelle di Artemisia Gentileschi e tutta la formosità dell'eroina dipinta nel quadro ricordi molto da vicino quella dell'artista. Inoltre, la folta chioma scura di Oloferne richiamerebbe la capigliatura di Agostino Tassi: e se a ciò si aggiunge il fatto che il libro sacro lascia trapelare l'idea secondo la quale Oloferne voleva abusare di Giuditta, ecco che il parallelo tra i soggetti raffigurati nell'opera e i due protagonisti dello stupro risulta più che soddisfacente. Dice infatti il libro di Giuditta: il cuore di Oloferne ne fu preso e il suo animo si turbò. Sentiva vivo il desiderio di lei. Da quando l'aveva veduta cercava il momento di possederla. (Giuditta: 12, 16).

Il grande pregio di questa tela non è da ricercarsi soltanto nella sua capacità di rievocare la violenza subita dalla pittrice: si tratta infatti di uno dei capolavori più famosi di Artemisia Gentileschi oltre che di un quadro dal quale si evince tutto il grande talento dell'artista. L'azione è concitata e feroce allo stesso tempo: Artemisia fa in modo che l'attenzione dell'osservatore non si concentri solo su un singolo particolare, ma sia portata a soffermarsi su tutti i dettagli della scena, il cui centro è da trovare nelle mani di Giuditta che recidono il capo di Oloferne. La pittrice non fa niente per attenuare il particolare più cruento della composizione, anzi: cerca di aumentare la tensione dipingendo sul volto di Oloferne una smorfia di dolore e disperazione e macchiando il lenzuolo su cui posa il condottiero con rivoli di sangue che sgorgano dalla ferita. Giuditta, trasposizione sulla tela della pittrice stessa, non pare in alcun modo turbata, ma rimane ferma nella sua impassibilità, scostandosi leggermente e tenendo le braccia tese forse perché inorridita, o forse per far sì che il sangue che erompe dalla testa di Oloferne non le macchi il vestito riccamente decorato: si tratta di un particolare già rilevato da Roberto Longhi, uno dei critici in assoluto più colpiti dalla figura di Artemisia, nel suo saggio del 1916.

Gli squarci di luce che mettono in rilievo le figure dei tre protagonisti della scena derivano dalla lezione di Caravaggio, che Artemisia conosceva bene in quanto amico del padre, e da quella di Orazio stesso, che tra gli "allievi" del lombardo fu forse il più attento e allo stesso tempo il più originale. Le tonalità cupe, ancora più evidenti nel dipinto fiorentino "allungato" verso l'alto, sono tipiche del barocco e contribuiscono a conferire un tocco di teatralità alla scena. I gesti e gli sguardi delle due donne sono studiati nei minimi dettagli, così come il disperato tentativo del guerriero che oppone, seppur invano, tutta la sua forza per impedire che l'eroina possa tagliargli la testa. Di questi due dipinti colpiscono anche i colori, luminosi e vibranti, in special modo quelli della veste di Giuditta (blu nell'esemplare napoletano e gialla in quello fiorentino), che esaltano tutta la femminilità della giovane: malgrado l'atrocità della situazione, Artemisia non vuole rinunciare a offrire allo spettatore le forme generose di Giuditta, simbolo della pittrice.

Non è di secondaria importanza il fatto che l'opera sia dipinta da una donna, per di più in giovane età. La cura e l'attenzione per i colori, per le vesti e per le forme delle protagoniste si avvertono in modo tangibile: basta dare una semplice occhiata alle stoffe e ai ricami per rendersi conto della mano e del tocco femminile che stanno dietro a quest'opera di elevatissimo pregio pittorico. La mano di una donna violata che vuole riconquistare il suo onore attraverso la pittura: e a distanza di quasi quattrocento anni si può dire senza dubbio che Artemisia è riuscita nella sua personale riconquista, raggiungendo la gloria artistica e ottenendo un posto di privilegio nella storia dell'arte.



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